Debolezze strategiche
Litigano Kerry e Rice, pilastri sghembi della politica estera di Obama
La politica estera di Barack Obama è una fragile impalcatura retta da due pilastri pericolosamente divergenti, John Kerry e Susan Rice. Il segretario di stato e il consigliere per la Sicurezza nazionale hanno visioni e protezioni politiche differenti, vengono da mondi paralleli, una esibisce l’aggressività e la fiducia che derivano dall’appartenenza all’inner circle del presidente, l’altro legittima il suo potere all’interno dell’Amministrazione con l’esperienza e la caratura istituzionale.
12 AGO 20

New York. La politica estera di Barack Obama è una fragile impalcatura retta da due pilastri pericolosamente divergenti, John Kerry e Susan Rice. Il segretario di stato e il consigliere per la Sicurezza nazionale hanno visioni e protezioni politiche differenti, vengono da mondi paralleli, una esibisce l’aggressività e la fiducia che derivano dall’appartenenza all’inner circle del presidente, l’altro legittima il suo potere all’interno dell’Amministrazione con l’esperienza e la caratura istituzionale. Sui dossier più caldi le divergenze sono ormai degenerate in scontri in campo aperto. Nella fase finale dei delicatissimi negoziati con Hamid Karzai circa l’entità e la natura della presenza americana in Afghanistan dopo il ritiro ufficiale delle truppe, alla fine del 2014, Kerry ha offerto al presidente una sua lettera di scuse per gli errori strategici, i morti civili, le incursioni, i danni collaterali e per tutto ciò che ha irritato il governo afghano. In cambio, gli Stati Uniti si riservano il diritto di condurre operazioni militari sul suolo afghano in “casi straordinari”, e i diplomatici di Washington stanno lavorando per conferire alla dicitura il significato più flessibile e vago possibile. Karzai, dice il suo portavoce, ha accettato la sostanza dell’offerta, ma ha chiesto che la lettera sia firmata da Obama in persona, vuole un gesto plateale di ampio raggio simbolico e politico, non la nota di un funzionario dell’Amministrazione. Il segretario di stato ha acconsentito, ma è stato contraddetto qualche ora più tardi da Rice in un’intervista alla Cnn: “Nessuna lettera del genere è stata inviata o preparata. Non c’è nessun bisogno che gli Stati Uniti si scusino con l’Afghanistan. Piuttosto è il contrario. Ci siamo sacrificati, abbiamo sostenuto i loro progressi verso la democrazia e la lotta contro al Qaida”.
Rice ha una naturale tendenza all’improntitudine, s’infiamma facilmente e chi ha lavorato sotto di lei dice sia parecchio “bossy”, un mastino con la fissa del comando. Nel rapporto con Kerry la tendenza è aggravata dalla strana genesi del gabinetto di guerra di secondo mandato: Rice doveva essere la regina di Foggy Bottom, così le era stato promesso, ma la strage al consolato di Bengasi portava la sua faccia e il presidente è stato costretto a indirizzarla verso una carica che non richiede l’approvazione del Senato, con una promessa: lei sarebbe stata il centro di gravità della politica estera americana, a prescindere dall’etichetta. Tutti gli altri pianeti le avrebbero ruotato diligentemente intorno.
Con Kerry il meccanismo non ha funzionato, e il battibecco sull’Afghanistan è soltanto l’ultimo esempio del doppio binario su cui viaggia la politica estera di Obama. Prima dell’ultimo viaggio di Kerry al Cairo, Rice ha detto al segretario di fare “strong statements” – così riporta il Daily Beast – sia in pubblico sia in privato sul processo all’ex presidente Mohammed Morsi. Il segretario di stato ha deciso di disattendere le indicazioni della Casa Bianca e alla luce del sole non ha pronunciato il nome di Morsi.
Le fonti del Daily Beast dicono che ha evitato di esporsi sull’argomento anche nei colloqui a porte chiuse: “Kerry non è d’accordo con Rice su parti significative della nostra posizione in Egitto, e ha deciso deliberatamente di non menzionare Morsi nei suoi incontri”. Invece ha parlato a lungo della “strada verso la democrazia” su cui si muove il governo egiziano, ha sottolineato i progressi evitando di concentrarsi sulle falle dell’esecutivo militare. Qualche giorno più tardi Rice ha dipinto, davanti alla platea dell’Aspen Institute, un ritratto a tinte scurissime della situazione egiziana, tutt’altro che indirizzata verso qualcosa di simile alla democrazia: “Non possiamo far finta che vada tutto bene nel contesto di un governo che, per quanto amico, commette certe azioni contro il suo popolo”.
Negoziati con l’Iran, tensioni con Bibi
Kerry e Rice si erano scontrati anche sulla posizione da tenere in Siria. Mentre lei faceva perorazioni appassionate per l’intervento militare a sfondo umanitario, lui pronunciava invettive sull’“oscenità morale” delle armi chimiche a Damasco finendo poi per scivolare sulla strada dell’accomodamento diplomatico guidato dalla Russia. La palla tornava così nel campo della diplomazia, il suo campo. Inevitabilmente il volto duplice della politica estera di Obama si proietta anche sui negoziati nucleari con la Repubblica islamica d’Iran e sul teso rapporto con il premier d’Israele, Benjamin Netanyahu. Nessuno di questi dossier offre testimonianze del decisionismo americano, perso fra paludi strategiche e lotte intestine.i
Le fonti del Daily Beast dicono che ha evitato di esporsi sull’argomento anche nei colloqui a porte chiuse: “Kerry non è d’accordo con Rice su parti significative della nostra posizione in Egitto, e ha deciso deliberatamente di non menzionare Morsi nei suoi incontri”. Invece ha parlato a lungo della “strada verso la democrazia” su cui si muove il governo egiziano, ha sottolineato i progressi evitando di concentrarsi sulle falle dell’esecutivo militare. Qualche giorno più tardi Rice ha dipinto, davanti alla platea dell’Aspen Institute, un ritratto a tinte scurissime della situazione egiziana, tutt’altro che indirizzata verso qualcosa di simile alla democrazia: “Non possiamo far finta che vada tutto bene nel contesto di un governo che, per quanto amico, commette certe azioni contro il suo popolo”.
Negoziati con l’Iran, tensioni con Bibi
Kerry e Rice si erano scontrati anche sulla posizione da tenere in Siria. Mentre lei faceva perorazioni appassionate per l’intervento militare a sfondo umanitario, lui pronunciava invettive sull’“oscenità morale” delle armi chimiche a Damasco finendo poi per scivolare sulla strada dell’accomodamento diplomatico guidato dalla Russia. La palla tornava così nel campo della diplomazia, il suo campo. Inevitabilmente il volto duplice della politica estera di Obama si proietta anche sui negoziati nucleari con la Repubblica islamica d’Iran e sul teso rapporto con il premier d’Israele, Benjamin Netanyahu. Nessuno di questi dossier offre testimonianze del decisionismo americano, perso fra paludi strategiche e lotte intestine.i